La Corte Costituzionale e l’applicazione della causa di non punibilità nei reati di violenza a pubblici ufficiali: breve analisi della sentenza n. 172/2025
L’inadempimento agli obblighi di assistenza familiare sotto la lente della Cassazione: spese straordinarie e responsabilità penale

Con la sentenza n. 19715 del 27 maggio 2025, la Corte di Cassazione penale, Sezione VI, ha fornito un rilevante chiarimento sull’ambito di applicazione dell’art. 570-bis c.p., norma essenziale nella reprimenda degli inadempimenti degli obblighi di assistenza familiare. La pronuncia, spunto per questo breve scritto, precisa che il reato previsto non si esaurisce nel mancato versamento dell’assegno periodico di mantenimento, ma si estende anche all’omesso versamento delle spese straordinarie, purché dovute in forza di titolo giudiziario o accordo tra le parti. La Corte ha evidenziato che, sebbene il soggetto obbligato possa aver adempiuto parzialmente agli obblighi ordinari, la mancata corresponsione, grave e protratta nel tempo, delle spese straordinarie configura la fattispecie penale. La formulazione della norma e la giurisprudenza interpretativa richiedono che l’inadempimento sia sufficientemente serio e duraturo, tale da ledere concretamente l’effettivo sostentamento, la cura e l’assistenza dei figli o dell’ex coniuge, escludendo dunque semplici ritardi o omissioni episodiche. L’articolazione giuridica della sentenza investe altresì il versante civilistico, richiamando la consolidata definizione delle spese straordinarie quale categoria di esborsi di natura imprevedibile e rilevante, come spese mediche, scolastiche o sanitarie, che eccedono il regime ordinario e forfettario disciplinato nell’assegno di mantenimento. In questo quadro, le spese straordinarie, accertate e quantificate tramite provvedimenti giudiziari o convezioni tra le parti, assumono rilievo particolare in quanto integrano un onere aggiuntivo a carico del genitore obbligato, la cui mancata corresponsione, adeguatamente documentata, può configurare una responsabilità penale oltre che civile. La sentenza sottolinea così l’importanza di un esame attento e puntuale degli elementi probatori relativi all’effettiva corresponsione delle somme e alla natura delle spese sostenute. La portata applicativa del pronunciato si rivela, dunque, di notevole rilievo pratico, in quanto rafforza la tutela penale degli obblighi di assistenza familiare estendendo il controllo giudiziario anche all’ambito degli obblighi accessori, quali le spese straordinarie, non escludendo la sanzione penale in ragione di adempimenti parziali. Ne discende una prospettiva operativa, imponendo un vaglio rigoroso e preciso della complessità degli obblighi economici, distinguendo fra obblighi ordinari e straordinari e valutandone l’adempimento in modo integrato e conforme a giurisprudenza consolidata. Questa pronuncia, pertanto, costituisce un imprescindibile punto di riferimento per una corretta applicazione dell’art. 570-bis c.p., offrendo uno strumento di garanzia più ampio e articolato per la tutela dei diritti famigliari.
Il discrimine della resistenza a pubblico ufficiale: la Cassazione 2025 e la funzione selettiva del dolo specifico

La resistenza a pubblico ufficiale, nella sua costruzione codicistica, rappresenta un presidio fondamentale a tutela della regolarità dell’azione amministrativa e dell’imperatività delle funzioni pubbliche. Questa disciplina si colloca all’incrocio tra la massima tutela degli atti legittimi dell’autorità pubblica e l’esigenza, di matrice costituzionale, di garantire spazio alla critica, al dissenso e alla libertà di espressione. Così, se da un lato la legge mira a proteggere il corretto svolgimento delle funzioni degli organi pubblici, assicurando che nessuno possa impedire o ostacolare un pubblico ufficiale mentre compie legalmente il proprio lavoro, dall’altro il sistema giuridico deve comunque rispettare e garantire i diritti dei cittadini di esprimere dissenso, di criticare e di partecipare attivamente al dibattito pubblico, come previsto dalla Costituzione. In questo contesto, la recente pronuncia della Corte di Cassazione Penale, Sezione VI, sentenza n. 32839/2025, impone una riflessione approfondita sulla natura e sui limiti dell’elemento psicologico necessario per la rilevanza penale della condotta. La Corte ribadisce, con argomentazione puntuale e sistematica, che la responsabilità per resistenza deriva esclusivamente dalla presenza di dolo specifico. Pertanto, per la Suprema Corte, il reato di resistenza a pubblico ufficiale richiede che la condotta dell’agente sia finalisticamente orientata e sorretta dal preciso scopo di impedire o ostacolare il compimento di un atto legittimo da parte del pubblico ufficiale, mentre quest’ultimo sta effettivamente esercitando le sue funzioni. In questa prospettiva la Cassazione puntualizza che non sono sufficienti manifestazioni di mera ostilità, dissenso o espressioni minacciose pronunciate in un momento disconnesso rispetto all’azione dell’organo pubblico. Ciò che è invece necessario è un contributo volontario, sostenuto dal dolo specifico, volto a frapporre un concreto e attuale ostacolo allo svolgimento dell’attività amministrativa o di servizio in corso. In altri termini, solo la condotta che si inserisca causalmente e teleologicamente nell’alveo dell’azione pubblica, che risulti idonea a interrompere, vanificare o anche solo ritardare il compimento dell’atto, integra la tipicità della resistenza secondo il rigoroso discrimine tracciato dalla Suprema Corte. Ne risulta quindi un reato che si struttura attorno a una consapevole e mirata voluntas opponendi. Le minacce, le espressioni aggressive o le rimostranze verbali risultano penalmente irrilevanti se espresse come mera critica o dissenso, oppure qualora siano rivolte a decisioni già adottate, senza manifestare una volontà attuale di opporsi all’esecuzione di un atto di autorità. La giurisprudenza valorizza la specificità teleologica dell’elemento soggettivo, imponendo che l’azione dell’agente mostri una chiara finalità impeditiva, diretta a paralizzare, ritardare o comunque interferire con lo svolgimento di una funzione pubblica. Questo approccio, fortemente ispirato al principio di legalità e alla funzione garantista del diritto penale, delimita il campo della sanzionabilità ai soli comportamenti gravemente lesivi dell’effettività dell’azione amministrativa. Si esclude, in tal modo, ogni automatismo repressivo, preservando la fisiologia del dissenso e la salvaguardia della dialettica istituzionale. La Cassazione offre così un’interpretazione più selettiva e commisurata all’effettività dell’ostacolo arrecato dall’agente, sulla connessione tra la condotta e l’attualità dell’atto pubblico, ovverosia sulla idoneità effettiva della condotta a neutralizzare o impedire il regolare svolgimento delle procedure amministrative.
La tutela della salute mentale nel diritto del lavoro: la sentenza Tribunale di Reggio Emilia n. 337/2025 apre al riconoscimento dello stress come malattia professionale.

La valorizzazione della stabilità mentale come componente essenziale della salute del lavoratore rappresenta una conquista progressiva e decisiva nel panorama del diritto del lavoro contemporaneo. Già l’art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro «di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori d’opera», segnando una definitiva cesura rispetto a concezioni meramente produttivistiche dell’impiego subordinato. Questa visione trova compiuta attuazione nell’evoluzione normativa e giurisprudenziale degli ultimi anni, che ha inserito la salute psichica tra gli oggetti di tutela primaria delle politiche di prevenzione, riconoscendo il legame indissolubile tra qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico e produttività. Tradizionalmente, le richieste di indennizzo per patologie psicologiche correlate all’attività lavorativa si sono scontrate con la necessità di dimostrare un comportamento volutamente lesivo del datore di lavoro, quali atti di mobbing o persecuzioni manifeste. Questa impostazione, tuttavia, ha palesato limiti nella tutela effettiva del lavoratore, soprattutto nelle ipotesi di stress da ambiente lavorativo “tossico”, senza una volontà esplicita di danneggiamento. Un significativo mutamento è stato favorito dalle pronunce della Suprema Corte di Cassazione, tra cui la celebre Cass. civ., sez. lav., 11 ottobre 2022, n. 29611, che ha sancito l’indennizzabilità indiscriminata di tutte le malattie di natura fisica o psichica riconducibili a fattori di rischio legati al lavoro, specificando che l’assenza di una tabella esplicita non può precludere la tutela INAIL. Ulteriore conferma è giunta da Cass. civ., sez. lav., 25 ottobre 2022, n. 31514, che ha esteso la copertura anche ai casi di patologie psichiche conseguenti a mobbing e pressioni psicologiche, sottolineando come la prova del nesso causale sia sufficiente per ottenere l’indennizzo, indipendentemente dalla volontà lesiva della controparte datoriale. Ebbene, nel solco di tale indirizzo, la sentenza n. 337/2025, del Tribunale di Reggio Emilia, ha riconosciuto che la sicurezza sul lavoro deve comprendere anche la tutela della salute mentale e la salvaguardia della creazione di un clima lavorativo che, pur non fondato su un intento persecutorio, risulti fonte di malattia psichica. Il Giudice ha rimarcato come non sia più necessario provare che il datore di lavoro avesse la volontà di “distruggere” il lavoratore; è sufficiente dimostrare che il lavoratore si sia effettivamente ammalato a causa di un ambiente lavorativo opprimente, caratterizzato da turni pressanti, isolamento, umiliazioni, negazione di permessi e altre forme di pressione non necessariamente intenzionali. In particolare, la sentenza di merito ha applicato il principio della tutela previdenziale oggettiva, secondo cui la valutazione del diritto all’indennizzo si basa sul risultato concreto (la malattia) e non sulle intenzioni soggettive. Ciò implica che quando una perizia medica certifica che ansia e depressione sono derivate da condizioni di lavoro oppressive, l’INAIL è tenuto a riconoscere l’indennizzo. Questa pronuncia assume un valore paradigmatico, dischiudendo la strada a una tutela più estesa e reale per quei lavoratori costretti a convivere con ambienti professionali nocivi e disfunzionali senza poter provare specifiche condotte persecutorie. In definitiva, il riconoscimento sempre più consolidato dello stress lavoro-correlato e delle sue conseguenze come malattia professionale indennizzabile, segna un avanzamento significativo nel diritto del lavoro e nella tutela della dignità e integrità psicofisica dei lavoratori. Avv. Marianna SARDELLA
La svolta giuridica del Consiglio di Stato sul nesso causale per i militari esposti a uranio impoverito e metalli pesanti

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 15 depositata il 7 ottobre 2025, ha introdotto una svolta di indiscutibile rilievo nel diritto amministrativo militare, riconoscendo una presunzione relativa del nesso causale tra esposizione a uranio impoverito o nanoparticelle di metalli pesanti e insorgenza di patologie tumorali nei militari impiegati in missioni all’estero o presso poligoni di tiro nazionali. La questione affrontata ha riguardato la modalità di accertamento della dipendenza da causa di servizio di patologie tumorali in militari con presunta esposizione a rischi chimico-fisici riconosciuti internazionalmente sin dagli anni Novanta come pericolosi. Il riferimento normativo è in particolare all’art. 603 del Codice dell’Ordinamento Militare, modificato dal D.L. n. 228/2010 e convertito nella Legge n. 9/2011, che disciplina il rischio professionale specifico nell’ambito militare. Storicamente, la prova della causalità tra servizio militare ed effetti dannosi per la salute è sempre stata gravosa, dovendo il militare dimostrare “oltre il più probabile che non” il legame diretto tra esposizione e malattia. Tale onere, in casi tipici di esposizione ad agenti contaminanti potenti ma di difficile tracciabilità scientifica certa, ha spesso di fatto negato tutela concreta ai soggetti ammalati. La pronuncia della Plenaria ribalta questo paradigma, stabilendo che la natura intrinseca del rischio connesso all’attività militare in ambienti contaminati impone di qualificare come presunto il rapporto causale tra esposizione e insorgenza di malattie tumorali. Di conseguenza, spetta all’Amministrazione fornire la prova che la patologia possa derivare da cause estranee al servizio. Tale principio si fonda su indagini e studi riconosciuti a livello internazionale e nazionale, nonché su evidenze medico-scientifiche circa gli effetti patogeni dell’inalazione delle polveri di uranio impoverito e metalli pesanti, individuati come agenti favorenti forme tumorali e immunodepressioni. La pronuncia valorizza anche documenti ONU e risoluzioni che hanno vietato l’uso di tali materiali a scopi bellici, evidenziando la natura eccezionale del rischio. L’effetto pratico di questa sentenza comporta un miglioramento sostanziale nella tutela di diritti fondamentali dei militari e degli operatori del comparto difesa e sicurezza, in generale, agevolandone il riconoscimento di causa di servizio e i conseguenti benefici previdenziali e assistenziali. Sicché, si riduce la contesa giudiziaria e si accelera la risposta giuridica in materia di cause di servizio. Pertanto, il riconoscimento di una presunzione relativa pone un’importante obbligazione di diligenza in capo alla pubblica amministrazione, chiamata a evitare che un onere probatorio impossibile da soddisfare danneggi i lavoratori in divisa, che operano in condizioni di rischio specifico e documentato. La sentenza Ad. Plen. n. 15/2025 del Consiglio di Stato rappresenta un decisivo contributo di civiltà giuridica nel complesso ambito delle responsabilità dello Stato e della tutela della salute dei militari, accogliendo l’evoluzione scientifica e sociale. Il tutto a garanzia di una maggiore protezione ai soggetti esposti a rischi tecnicamente difficili da dimostrare. Avv. Francesco Paolo MASTROVITO Avv. Marianna SARDELLA
La problematica funzione sanzionatoria del richiamo militare.

(di seguito il link) https://www.ildirittoamministrativo.it/La-problematica-funzione-sanzionatoria-del-richiamo-militare/ted1125
Gli accordi prematrimoniali tra tradizione e innovazione: la svolta della Cassazione e le prospettive per il diritto di famiglia

Gli accordi prematrimoniali, tradizionalmente esclusi dal panorama del nostro ordinamento, sono oggi al centro di una significativa evoluzione giurisprudenziale. Per lungo tempo, l’art. 160 c.c. – che vieta deroghe ai diritti e ai doveri derivanti dal matrimonio – è stato interpretato dalla Corte di cassazione come ostativo alla validità di simili intese (Cass. n. 3777/1981, n. 23713/2012, n. 2224/2017). Tale rigida impostazione riflette la tradizione romanistico-canonica, che concepisce il matrimonio quale istituto di rilievo sociale inderogabile, volto a garantire la protezione della parte debole e l’interesse dei figli. In sede comparata, i sistemi di common law hanno invece da sempre riconosciuto i patti prematrimoniali come strumento di pianificazione patrimoniale preventiva del rapporto coniugale, espressione legittima dell’autonomia negoziale. Ed ancora, in materia di diritto internazionale privato, già alla metà degli anni ’90, la crescente diffusione di matrimoni misti e assetti patrimoniali transnazionali impose l’esigenza di un coordinamento normativo in grado di contemperare il rispetto delle disposizioni italiane con il riconoscimento degli accordi validi in altre giurisdizioni. A tal fine, la legge 31 maggio 1995, n. 218, rappresentò una fondamentale riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato, stabilendo che il giudice italiano deve applicare la legge straniera competente, salvo il limite inderogabile della salvaguardia dell’ordine pubblico e dei diritti fondamentali dell’ordinamento. Nel diritto interno, la svolta è giunta con la recente ordinanza n. 20415 del 21 luglio 2025 della Prima Sezione civile della Cassazione, che ha riconosciuto la validità degli accordi prematrimoniali in quanto “contratti atipici” ex art. 1322 c.c., condizionati sospensivamente alla separazione o al divorzio. Pertanto, alla luce della giurisprudenza più recente, il limite invalicabile rimane la salvaguardia dei diritti indisponibili, come il mantenimento e la tutela dei figli. Si tratta di un orientamento che si innesta su precedenti aperture isolate (Cass. n. 23713/2012), ma che per la prima volta assume carattere sistematico. Tale evoluzione giurisprudenziale, lungi dal costituire una frattura traumatica con la tradizione giuridica italiana, rappresenta piuttosto l’esito di un processo ordinato di adattamento del diritto ai mutamenti sociali. Essa prefigura un avanzamento verso una disciplina più chiara e moderna dei rapporti familiari, in grado di coniugare le esigenze di autonomia privata con la salvaguardia della funzione costituzionale della famiglia, nella prospettiva di un quadro normativo organico e coerente, idoneo ad assicurare certezza, equilibrio e concreta tutela dei diritti di tutte le parti coinvolte. Avv. Francesco Paolo Mastrovito Avv. Marianna Sardella Bibliografia Articoli di riviste specialistiche
Vilipendio della Repubblica e social network: la Cassazione conferma la condanna del militare.

Introduzione L’ampio utilizzo dei social network anche da parte di appartenenti alle Forze armate ha recentemente posto la giurisprudenza di fronte a nuove sfide in tema di libertà di manifestazione del pensiero e tutela delle istituzioni. Un caso emblematico è rappresentato dalla sentenza Corte di Cassazione I Sez. n. 29723 del 26 agosto 2025, che ha confermato la condanna di un militare per vilipendio della Repubblica a seguito della pubblicazione di frasi offensive sui social. Il caso Un Sergente dell’Esercito italiano aveva pubblicato su Facebook espressioni ingiuriose nei confronti dello Stato e del Governo, utilizzando termini equivalenti a quelli riservati alla criminalità organizzata e attributi gravemente dispregiativi (espressioni come: “Italia di m….” o “Stato di m….”. La Corte militare d’appello di Roma aveva già riconosciuto la colpevolezza del militare, decisione poi confermata dalla Suprema Corte, pur riconoscendo attenuanti generiche. Ora, il ricorrente aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 81 c.p.m.p., lamentando il mancato obbligo di autorizzazione a procedere del Ministro della Giustizia, previsto invece per l’analogo reato comune (art. 290 c.p.), sostenendo, inoltre, la disparità di trattamento. La Cassazione ha giudicato la scelta del legislatore non irragionevole, in virtù della maggiore gravità della fattispecie militare e della particolare posizione di garanzia del militare stesso. Per quanto concerne il diritto di critica, la sentenza ribadisce che la critica politica, anche aspra, non può mai travalicare nell’offesa gratuita e volgare alle istituzioni. Le espressioni adottate dal militare non erano inserite in un contesto argomentativo e denunciavano una volontà di dileggio e di svilimento, non di critica costruttiva. A tal riguardo, il dolo richiesto dall’art. 81 c.p.m.p. è generico: è sufficiente la consapevolezza di indirizzare parole offensive alle istituzioni. Parimenti, la Corte ha escluso che il clima politico o il linguaggio tipico delle reti sociali (contesto sociale e linguaggio in rete) possano rappresentare esimenti (giustificazioni) o attenuanti. La funzione pubblica e lo stato giuridico di militare impongono un dovere di lealtà e rispetto verso le istituzioni repubblicane, anche (e soprattutto) nell’esercizio della libertà di espressione. Conclusioni La pronuncia conferma la linea rigorosa della giurisprudenza (militare) in tema di vilipendio delle istituzioni, sottolineando la centralità della funzione svolta dal personale militare e la necessità di tutelare il prestigio dello Stato. Così, anche nell’epoca dei social, il diritto di critica non può mai giustificare la denigrazione gratuita delle istituzioni. #vilipendio #militare #cassazione #studiolegalemastrovito #mastrovito #forzearmate #penale #penalemilitare
Pergotende e cd. decreto Salva casa: la Cassazione dice no.

Introduzione Il tema delle pergotende e delle verande è al centro di numerose controversie, soprattutto dopo l’entrata in vigore del decreto “Salva casa” (Dl n. 69/2024), che ha tentato di semplificare l’installazione di questi manufatti nell’ambito dell’edilizia libera. Tuttavia, la giurisprudenza continua a porre limiti stringenti, come confermato da una recente sentenza della Cassazione. Il Caso: Sentenza Cassazione n. 29638/2025 La Cassazione, con la sentenza n. 29638/2025, si è espressa su un caso di abuso edilizio riguardante la realizzazione di una “pergotenda” su un terrazzo in centro storico. Il manufatto, dotato di sistema di scorrimento in materiale plastico, è stato ritenuto in contrasto con il regolamento edilizio locale. Il ricorrente aveva sostenuto che la pergotenda non fosse assimilabile a una veranda, in quanto non chiudeva il terrazzo su tutti i lati e, secondo la normativa introdotta dal “Salva casa”, sarebbe rientrata tra le “opere di protezione dal sole e dagli agenti atmosferici” realizzabili in edilizia libera, quindi senza necessità di permessi. L’Interpretazione della Cassazione La Cassazione, però, ha assunto una posizione restrittiva, affermando che: In altri termini, anche dopo il “Salva casa”, la realizzazione di verande o di manufatti che creano spazi chiusi continua ad essere soggetta a permessi e autorizzazioni comunali. La normativa semplificata non si applica quando vi è una trasformazione significativa dello spazio. Conclusioni e problematiche applicative Sebbene il “Salva casa” abbia inserito le pergotende tra le opere di edilizia libera, la normativa mantiene dei limiti: La semplificazione tentata dal “Salva casa”, insomma, non ha risolto tutti i dubbi: Ancora oggi, la differenza tra pergotenda e veranda resta spesso sfumata e la giurisprudenza continua a far prevalere nelle controversie una stringente interpretazione, non facendo rientrare l’opera in questione nel regime di edilizia libera. Avv. Francesco Paolo Mastrovito #urbanistica #verande # pergotende #cassazione #studiolegalemastrovito #wltmilano #dirittourbanistico
Licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese: no al tetto di 6 mensilità

La #Corte Costituzionale con la sentenza n. 118 del 21 luglio 2025 ha dichiarato incostituzionale il limite risarcitorio di 6 mensilità per #licenziamento illegittimo nelle piccole imprese. La Consulta con la citata sentenza ha stabilito l’incostituzionalità dell’ultimo periodo dell’art. 9, comma 1, del D. Lgs. N. 23/2015, il cd. Jobs Act, relativamente al tetto massimo delle sei mensilità dell’indennità risarcitoria nei casi di licenziamento illegittimo nelle piccole imprese. Per imprese con meno di 15 dipendenti per unità produttiva o nell’ambito di un Comune e comunque che non occupi più di 60 dipendenti in totale, in caso di licenziamento riconosciuto illegittimo, era prevista un’indennità risarcitoria che non poteva comunque superare il limite massimo delle 6 mensilità, tenendo conto dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio. Tale prescrizione (imposizione di un limite massimo, fisso e insuperabile) inserita nell’ambito del regime delle “tutele crescenti” prevista dal #“Jobs Act”, è stata riconosciuta, con la Sentenza in questione, incompatibile con diversi articoli della Costituzione Italiana; più precisamente, con quelli che sanciscono il principio di uguaglianza di tutti i cittadini (art. 3 Cost.), con l’affermazione del diritto al lavoro (art. 4 Cost.), con l’art. 35 che sancisce la tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni e con l’art. 41 che stabilisce la libertà di impresa. A seguito di suddetta recentissima pronuncia della Consulta, i giudici del lavoro non dovranno più rispettare il vincolo automatico delle 6 mensilità; in buona sostanza, a tutela del lavoratore, il risarcimento del danno causato da licenziamento illegittimo, avverrà attraverso una “personalizzazione”, connotata attraverso il vaglio di una serie di criteri quali l’anzianità di servizio, le condotte poste in essere e la gravità delle stesse, il danno effettivamente subito dal lavoratore licenziato. Al contrario, prima di detta pronuncia (che potrà essere richiamata anche nell’ambito di procedimenti in corso ovvero pendenti in appello), laddove il licenziamento comminato nell’ambito di una piccola impresa fosse stato dichiarato illegittimo, il giudice non poteva riconoscere più di 6 mensilità di indennità per il lavoratore. Oggi, invece, il Giudice dovrà procedere ad una valutazione ad hoc, caso per caso, con conseguente possibilità di un risarcimento anche più elevato. Tale pronuncia appare il frutto della presa di coscienza che, da un lato, le dimensioni di una impresa non ne determinano automaticamente la forza economica e dall’altro non si può prescindere dalla considerazione della gravità del vizio che inficia il licenziamento, nonché l’anzianità di servizio del lavoratore licenziato. Infine, il Giudice delle Leggi richiama, ancora una volta, l’attenzione del legislatore sulla necessità di intervenire con forza in detta materia al fine di garantire un equilibrio tra la tutela del lavoratore e la sostenibilità dell’impresa. #dirittodellavoro #licenziamento #jobsact #costituzione #cortecortituzionale #studiolegalemastrovito #giuslavorista